"Una simpatia di cui molto m'onoro"

“Uno dei libri più interessanti e geniali del nostro tempo”. Così Enrico Piceni definiva Senilità di Italo Svevo il 15 gennaio 1928 sulla “Rivista d’Italia”. E così gli scriveva Svevo un paio di settimane dopo: “Grazie. Il suo secondo articolo ch'ebbi ieri soltanto m'apportò molta soddisfazione. Lo lessi, lo rilessi e lo leggerò ancora. Le sono molto grato per il lungo studio che prova una buona simpatia di cui molto m’onoro”. Era il 31 gennaio. Quello stesso anno, in settembre, l’autore triestino sarebbe morto, vittima di un incidente stradale. Piceni fu uno dei primi a capirne il genio, cosa niente affatto scontata nell’Italia dell’epoca, ancora intellettualmente piuttosto arretrata. In lui, come in Joyce, aveva visto subito un anticipatore, aperto a nuove e inesplorate dimensioni del romanzo. Lo scambio tra i due resta oggi una bella testimonianza, così come tutte le lettere di Svevo, documenti imprescindibili per comprendere la vita e l’opera dello scrittore. La prima edizione completa dell’epistolario, Lettere, un corposo volume di oltre 1200 pagine, viene ora pubblicato dal Saggiatore, a cura di Simone Ticciati, con quattro missive finora inedite inviate proprio a James Joyce. Ne emergono tutte le sfumature e i grovigli di una grossa personalità, di un intellettuale che dopo essere rimasto a lungo incompreso è oggi annoverato tra i più grandi prosatori del Novecento italiano.