Quando si parla di “Gialli”, prima o poi spunta il nome di Enrico Piceni. Anche Alessandro Robecchi, nel suo libro Le verità spezzate, vi fa cenno, riportando un parere di lettura (febbraio 1941) di Piceni circa Il mistero di Cinecittà di Augusto De Angelis, il “padre del giallo italiano” noto per il commissario De Vincenzi. Robecchi mette la tragica fine di De Angelis, ammazzato di botte nel 1944 perché i suoi libri davano fastidio, al centro della vicenda, in parallelo con un torbido misfatto ambientato nei tempi moderni. Ad accomunare i due crimini è la riflessione sui limiti più o meno velati delle libertà, ieri come oggi, e sulle verità “spezzate” che troppo spesso continuano a coprire violenze e ingiustizie. Uno dei temi di fondo è quello della censura, con cui Piceni dovette confrontarsi quando lavorava per Mondadori. Un “corpo a corpo saggio, intelligente”, scrive l’autore. Il regime fascista osteggiava le traduzioni straniere, con una particolare antipatia per i “gialli”, contro i quali nel giugno del 1943 predispose addirittura un sequestro. Non restò, al poliziesco, che aspettare momenti migliori.
Un saggio corpo a corpo

