Rappresentato dai pittori di ogni epoca per lo più con intenzioni allegoriche, a partire dall’Ottocento il gioco diventa un’attività umana tra le altre, un passatempo, una pausa dai “quotidiani affanni”. Insomma, uno svago che riguarda tutti, aristocratici e contadini, preti e militari, donne e bambini. Nell’età del realismo e della modernità, i dipinti mettono in scena pacifici giocatori di bocce e chiassosi giocatori di morra, balli paesani, feste campestri e altre infinite forme di ricreazione. Se i bambini rincorrono il cerchio e le bimbe saltano la corda o si dilettano con le bambole, gli adulti vengono rappresentati in ombrose conversazioni in giardino che presto sfociano nella moda delle passeggiate all’aperto. Si assiste così alla scoperta del tempo “libero”, mentre a poco a poco vengono istituzionalizzate vecchie forme di intrattenimento quali i giochi di strada e gli spettacoli circensi. Il gioco stesso si trasforma in spettacolo nel momento in cui diventa sfida e competizione. A raccontarci tutto questo è la mostra In gioco. Illusione e divertimento nell’arte italiana. 1850-1950, in programma a Carrara, Palazzo Cucchiari, fino al 26 ottobre prossimo. Promossa dalla Fondazione Giorgio Conti, l’esposizione è curata da Massimo Bertozzi. Tra i pittori proposti citiamo qui Silvestro Lega, Emilio Longoni, Mosè Bianchi, Massimo Campigli, Giorgio De Chirico, Felice Casorati, Gino Severini, Umberto Boccioni, Fortunato Depero, Mario Sironi, Carlo Carrà, Medardo Rosso, Francesco Messina, Marino Marini. Dalla collezione Piceni arriva di Federico Zandomeneghi il pastello In bicicletta al Bois (1896) che, come scrive Camilla Testi in catalogo, ci ricorda il ruolo svolto dalle “due ruote” nel processo di emancipazione femminile: le cicliste con i calzoni a sbuffo al centro della scena sono da annoverare tra i primi esempi di “moderne amazzoni”, pronte ad abbandonare gonne e corsetti per montare sul sellino e lanciarsi libere in una pedalata nel verde.
