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Vittorio Pica, “amante del raro”

Insieme a personaggi quali Ugo Ojetti, Emilio Cecchi, Enrico Somarè, Vittorio Pica fu una delle figure di spicco della critica d’arte “militante” in Italia tra Otto e Novecento. Nato a Napoli nel 1862 e morto a Milano nel 1930, fu tra i primissimi, tra l’altro, a scrivere nel nostro Paese di impressionismo e di simbolismo. I suoi legami diretti con la cultura francese gli fecero poi apprezzare, tra gli altri, i pittori italiani emigrati a Parigi, come per esempio Federico Zandomeneghi, per il quale organizzò nel 1914 alla Biennale di Venezia (di cui fu per lungo tempo collaboratore) una bellissima mostra, anche se passata inosservata, insieme ad Angelo Sommaruga, il leggendario editore che insieme a Enrico Piceni contribuì alla riscoperta del migliore Ottocento figurativo italiano.

Al critico e ai suoi svariati interessi, dalla pittura al teatro, dalle arti decorative alla letteratura, dalla grafica alle prime ricerche d’avanguardia, è dedicato il saggio Vittorio Pica e la ricerca della modernità (Mimesis, Milano-Udine, 2016) a cura di Davide Lacagnina.

Ne emerge la figura di un uomo cosmopolita, colto e curioso, una figura tuttavia presto disconosciuta o minimizzata, come spesso succede ai personaggi intellettualmente liberi. Nel caso di Pica, un “amante del raro”, convinto sostenitore degli artisti e dei letterati “d’eccezione”.

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