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Sulle tracce di Zandò

Sei anni di studio e di “passione”: un impegno totalizzante alla scoperta del pittore Federico Zandomeneghi, che ha portato Silvia Madeddu, originaria di Cagliari, a redigere una corposa tesi di dottorato e a presentarla con successo alla Sorbona di Parigi. Tra i membri della commissione giudicante, presieduta dal prof. Barthélémy Jobert (Université Paris-Sorbonne, Paris IV), anche Camilla Testi, Presidente della Fondazione Piceni. Al centro della ricerca, il tormentato rapporto del Maestro veneziano con l’Italia, la patria d’origine abbandonata nel 1874 in favore della capitale francese. La tesi verte anche sulla rivalutazione postuma del pittore, intrapresa in grossa misura da Angelo Sommaruga – collezionista e mercante dopo essere stato il leggendario editore di D’Annunzio nonché fondatore di celebri riviste letterarie durante la Scapigliatura – ed Enrico Piceni, di una generazione più giovane, autore del primo catalogo ragionato dell’opera di Zandomeneghi. Silvia Madeddu ha attinto largamente alla corrispondenza tra i due, oggi conservata presso gli archivi della Fondazione Piceni.

silvia madeddu
Silvia Madeddu, autrice di una tesi di dottorato su Federico Zandomeneghi alla Sorbona

Chiediamo alla dottoressa Madeddu:

Com’è nato il suo interesse per Federico Zandomeneghi?
Il mio interesse nei confronti di Federico Zandomeneghi è direttamente legato alla mia passione per l’Ottocento, e in particolare alla mia curiosità per i forti legami culturali e artistici esistenti tra Italia e Francia. Nello specifico, ho incominciato a interessarmi a questa figura durante i miei studi universitari, al termine dei quali dedicai la mia tesi di laurea a Gustave Caillebotte e scoprii l’avversione di quest’ultimo nei confronti dell’artista veneziano. Iniziai così a interrogarmi sulle ragioni del suo rifiuto di identificare Zandò come pittore impressionista e del perché, al contrario, in Italia fosse conosciuto prettamente come artista espatriato e divenuto, appunto, “impressionista”…La mia curiosità e la mia voglia di proseguire il mio percorso accademico mi hanno così portata a Parigi, città di adozione di Zandò e ormai anche mia, per intraprendere i miei studi dottorali all’Università Sorbonne-Paris IV.

Per quale ragione ha deciso di concentrare le sue ricerche sui rapporti tra Zandò e l’Italia?
Sicuramente perché si trattava dell’aspetto meno noto dell’artista e soprattutto perché così ho potuto allargare il campo d’indagine, impostando i miei studi non esclusivamente in senso monografico. Questa decisione mi ha permesso infatti di riscoprire e approfondire numerose figure di critici, collezionisti e mercanti che si sono interessati a Zandomeneghi dopo la sua morte e hanno avuto il merito, come Enrico Piceni e Angelo Sommaruga, di riportare in qualche modo questo artista in Italia.

Al di là del critico d’arte e del collezionista, che cosa l’ha colpita della figura di Piceni?
Indubbiamente la sua polivalenza e la sua lungimiranza. Enrico Piceni, oltre ad avere avuto un ruolo centrale nella riscoperta di importanti artisti dell’Ottocento italiano e a essere stato un raffinato collezionista, fu anche un abile traduttore, un giornalista e un appassionato di teatro.

Lei vive da tempo a Parigi. Che cosa l’affascina di questa città, e quali cambiamenti ha riscontrato negli ultimi anni?
Sono sempre stata affascinata dall’arte e dalla letteratura francese dell’Ottocento e Parigi, com’è noto, è stata indiscutibilmente la culla delle grandi rivoluzioni artistiche che hanno contraddistinto tale secolo. Con la sua caratteristica architettura haussmanniana, Parigi è ancora oggi lo specchio invariato di questo spirito rivoluzionario e la sua vivacità culturale e artistica sono un continuo stimolo per chi visita la città e per chi come me ha la fortuna di abitarci. Purtroppo è innegabile che i tragici fatti d’attualità abbiano profondamente ferito la città e che i cambiamenti nella vita quotidiana ci siano e spesso siano tangibili. La tranquillità che caratterizzava la città in un certo senso si è persa, e anche una semplice passeggiata per le strade della Ville Lumière porta ormai a riflettere…Ma ciò che consola e rende più forti è che per fortuna, e malgrado tutto, la celebre frase di Victor Hugo, che mi permetto di citare, risuona sempre e comunque attuale: “Respirer Paris cela conserve l’âme“.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Nell’immediato intendo restare in questa incantevole città, dove continuerò a dedicarmi al mio lavoro di ricerca. Ho già iniziato una  nuova avventura con lo studio dell’artista Serafino Macchiati, anche lui italiano emigrato in Francia e facente parte di quella innumerevole colonia di artisti espatriati che contribuirono in maniera determinante ad arricchire la fitta trama dei rapporti tra l’Italia e la Francia.

 

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